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Coppi Volpi Miglior Attore Venezia 2026
Santiago del Cile, 1973. Alla vigilia del golpe militare che rovescerà il governo democratico uccidendo il presidente socialista Allende, due uomini della CIA, il cinico Chris e il più giovane Lee, si recano sull'Isola di Pasqua per trascorrere qualche giorno da turisti. Chris, che ha un passato di "successi" in Congo e Guatemala e ha forse ricoperto un ruolo chiave nell'assassinio di Kennedy, ha problemi di memoria, qualche rimpianto, una strana compassione per le falene e la tentazione di smettere una buona volta di mentire, dopo aver variamente praticato la copertura della verità per tutta la vita. Lee lo accompagna e lo sorveglia, gravato da un compito doloroso. Intanto, il fatto che Chris voglia scrivere le sue memorie preoccupa il loro capo MJ al punto da fargli prendere un aereo per gestire la situazione di persona una volta per tutte.
Chris non è un poeta, però è sicuro di una cosa: una biografia, compresa la propria, non dovrebbe mai partire dall'inizio e dovrebbe invece sorprende il lettore. Magari ricorrendo a domande poco consuete (i dinosauri avevano un'anima? Ci sono più chances di andare in paradiso per un nazista o per un sicario dell'intelligence che ha fermato sul nascere i più importanti progetti di democrazia e di pace nel mondo?), e infine dovrebbe porsi in ascolto dei segni che l'universo manda agli uomini attraverso la natura e gli animali. La teoria della narrazione di Chris è la stessa che Martin McDonagh ha tradotto in pratica in maniera eccellente da almeno tre film a questa parte. Il taglio del suo racconto è sempre sorprendente, il rapporto tra la parola e il silenzio è profondo ed esilarante allo stesso tempo, il dialogo tra l'uomo e il paesaggio che lo ospita sempre portatore di un sarcasmo atavico che ha per oggetto l'insensatezza dei comportamenti umani, campioni di costruzioni verbali messe in atto per innalzarsi al di sopra del ruvido piano del reale. Drammaturgo prima e poi sceneggiatore d'eccezione, irlandese come Beckett ma decisamente sulla linea di Mamet, McDonagh è al momento uno dei più ispirati cantori cinematografici della brutalità e dell'imprevedibilità dell'esistenza, capace di non rinunciare in alcun modo allo spettacolo e all'intrattenimento e anzi sempre più maturo nella combinazione dei due elementi. Wild Horse Nine gioca, infatti, in maniera brillante col genere spionistico - tra pistole, valigette, teleobiettivi, bombe, minacce incrociate e colpi di scena -, esalta le facce uniche e le doti interpretative di John Malkovich e della sua spalla Sam Rockwell (un'altra coppia memorabile che si va ad aggiungere alle precedenti), e nel frattempo si stratifica progressivamente e si trasforma in un apologo tragico e politico (il più politico dei film di McDonagh). Proprio come la valigetta nel cassetto di Chris, sotto la "copertura" crudelmente comica (l'effigie del nano col pallone da basket), il film custodisce un cuore esplosivo, che inchioda in uno stallo (simile a quello di Pádraic e Colm sull'isola Inisherin) le forze contrapposte del pessimismo cosmico e del suo contraltare, l'idealismo necessario alla sopravvivenza, qui incarnato da un'ingenua studentessa di sinistra. Si muore dal ridere, mentre si assiste allo spettacolo di un confronto senza vincitori possibili, che riflette amaramente sugli abusi del potere, ma in fondo apre un foro di proiettile di speranza, affidandola alla responsabilità individuale. (Marianna Cappi - MYmovies)
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