Gino Cecchettin è un padre vedovo con tre figli che accudisce con amore, in sostituzione della moglie: Elena, Giulia e Davide. La prima vive già fuori casa, la seconda sta per laurearsi in ingegneria biomedica, il terzo è ancora minorenne. La notte in cui Giulia non torna a casa senza avvisare, cosa non da lei, Gino comincia a preoccuparsi, soprattutto dopo che scopre che lei era in compagnia del ragazzo che aveva da poco lasciato. Tutto il paese veneto di Vigonovo, e poi anche la televisione nazionale, si mobilitano alla ricerca di Giulia, e in Gino e nei suoi famigliari cresce l'ansia per le sorti di quella ragazza di 22 anni solare e positiva, scomparsa alla vigilia di una laurea tanto attesa. Anche perché l'ex fidanzato era geloso, controllante, vittimista e ricattatorio, mentre Giulia, come dirà la sorella ai media, era una persona buona su cui i sensi di colpa facevano facile leva.
Con Se domani non torno Paola Randi, insieme alla cosceneggiatrice Lisa Nur Sultan, affronta uno dei casi di femminicidio (perché si chiama così) più strazianti del recente passato, e un vulnus nella coscienza del nostro Paese, partendo dal libro di Gino Cecchettin "Cara Giulia". E lo fa compiendo una scelta narrativa radicale: non partire da Giulia, che appare solo in qualche flashback, ma da suo padre e la sua famiglia, nonché dallo sbigottimento di fronte ad una perdita così terribile e in qualche misura annunciata (dal punto di vista del senno di poi). Il film si divide in tre parti di durate molto diverse, come se fossero i tre atti di una tragedia, e il più esteso e riuscito è senza dubbio il primo, che ricostruisce i giorni subito dopo la scomparsa di Giulia Cecchettin attraverso lo sguardo, i gesti quotidiani, la routine domestica spezzata e persino le piccole stereotipie di suo padre. La regia di Randi è pudica e rigorosa, ma fa anche scelte cinematografiche intuitive e coraggiose, come immergere la storia nella scarnebbia padana che sale anche dal pavimento del salotto dei Cecchettin, indice di un'incapacità di vedere veramente di cui Gino si sente responsabile, e come tracciare gli spostamenti che hanno determinato la sorte di Giulia attraverso quelle strade regionali che attraversano campi e specchi d'acqua opachi come ferite (vulnus, appunto). Questa parte del film si conclude con il discorso che Elena Cecchettin ha fatto ai media e che termina con la frase "bruciate tutto", potentissima invocazione a liberarsi del brodo di incultura patriarcale in cui l'assassino di sua sorella ha trovato motivazione e autoassoluzione, quanto lo "Sputiamo su Hegel" di Carla Lonzi. Inizia poi una parte che riguarda la presa di consapevolezza di Gino riguardo a quel patriarcato di cui arriva a riconoscersi componente passivo, e che gli ha forse impedito di cogliere i segnali del rapporto tossico fra sua figlia e il suo killer, nonché di proteggerla nel suo ruolo di padre. L'idea di affrontare questa parte è molto intelligente, ma il modo in cui si sviluppa fa purtroppo perdere alla narrazione efficacia nel momento in cui passa dal raccontare una storia al fare un elenco di informazioni riguardo ai danni inferti dal patriarcato alla vita delle donne che invece di passare attraverso il corpo e la quotidianità di Gino Cecchettin vengono declamate in voce fuori campo, trasformando una graduale epifania personale in una lezione perentoria di educazione civica (per quanto fondamentale). Se vogliamo che il pubblico maschile più retrivo apra gli occhi e le orecchie, è molto più efficace farlo calandolo profondamente nel travaglio di Cecchettin (come fa molto bene la prima parte del film) invece che investirlo con dati e affermazioni che rischiano di alienarlo, permettendogli di liquidare questa parte come un "sermone femminista". È in questo momento che una storia fin qui magistrale per potere di immedesimazione diventa un film educativo da far vedere nelle scuole: il che è certamente utile e necessario, ma rischia, persino nelle scuole, di respingere quegli spettatori che hanno più bisogno di assorbirne il senso umano e universale. L'interpretazione di Filippo Timi nei panni di Gino Cecchettin è potentissima proprio perché fa passare attraverso il suo DNA maschile prima il dolore e poi la capacità di farne uso: Timi è carne, sangue, postura eretta e poi ripiegamento sofferente, mani che accudiscono e accarezzano, voce che scalda, e disperazione che squassa. Allo stesso modo Giulia, nel ricordo di Gino, è allegria, vitalità, futuro. Il terzo atto è quello che allarga lo schermo dalla storia personale dei Cecchettin alla reazione pubblica, che avrebbe potuto arrivare anche dopo la presa di coscienza di Gino dipanata in forma più coerentemente narrativa e meno didascalica. Se domani non torno sfugge in larga parte alla retorica (che significa "arte della parola" però può diventare facilmente esercizio formale), ma nel momento in cui si affida alle parole declamate ed esce dalla dimensione intima del protagonista rischia di giocarsi quell'empatia ineludibile, da parte di chi ne mostra assai poca, così necessaria oggi. (Paola Casella - MYmovies)
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